La tragedia della Spezia e il vuoto educativo che non possiamo più ignorare
La recente tragedia della Spezia, dove un ragazzo ha ucciso un coetaneo per una fotografia scattata con la propria ragazza, non è un episodio isolato né un lampo improvviso di follia. È il sintomo di un malessere profondo che attraversa le nuove generazioni e che noi adulti continuiamo ostinatamente a sottovalutare.
Dietro quel gesto estremo si intravede un intreccio di fragilità emotiva, incapacità di gestire le relazioni, difficoltà ad accettare un limite e un’idea distorta del possesso che ancora permea parte dell’immaginario maschile. Non è un caso, non è un incidente: è il risultato di un vuoto educativo che si è allargato negli anni, mentre la complessità della vita emotiva degli adolescenti cresceva senza trovare luoghi adeguati in cui essere accolta, compresa, guidata.
Non è un problema dei giovani: è un problema degli adulti
La narrazione che dipinge gli adolescenti come “fragili”, “impulsivi”, “senza valori” è una scorciatoia comoda. La verità è più scomoda: siamo noi, come società, a non aver costruito strumenti, contesti e presenze educative capaci di accompagnarli nella gestione delle emozioni e dei conflitti.
Molti ragazzi non sanno dare un nome a ciò che provano, non sanno reggere una frustrazione, non sanno affrontare un rifiuto. Non perché siano incapaci, ma perché nessuno ha insegnato loro come farlo. E quando mancano le parole, spesso resta solo il corpo. Quando manca il pensiero, resta l’impulso.
La scuola non può essere lasciata sola, ma deve essere messa in condizione di agire
La scuola è il luogo in cui tutto questo si manifesta ogni giorno. È il crocevia delle relazioni, dei conflitti, delle identità in formazione. Ma non può essere caricata di responsabilità senza che venga dotata anche degli strumenti necessari.
Serve una scelta politica chiara: inserire stabilmente psicologi, pedagogisti ed educatori professionali nell’organizzazione scolastica. Non come progetti a termine, non come sportelli occasionali, non come interventi emergenziali dopo l’ennesimo fatto di cronaca. Ma come parte integrante della vita della scuola, al pari dei docenti.
Una presenza professionale continua, competente, capace di lavorare in rete con insegnanti e famiglie, è l’unico modo per costruire una vera educazione alle emozioni e alle relazioni. Tutto il resto è retorica.
Non è un costo: è prevenzione, sicurezza, civiltà
Ogni volta che una tragedia come quella della Spezia si ripete, ci chiediamo come sia possibile. La risposta è sempre la stessa: è possibile perché non abbiamo ancora deciso di investire seriamente sulla salute emotiva dei giovani.
Inserire figure professionali nelle scuole non è un lusso. È prevenzione. È sicurezza. È civiltà. È l’unico modo per evitare che la rabbia diventi linguaggio, che la frustrazione diventi violenza, che la solitudine diventi disperazione.
Un appello che non possiamo più rimandare
Questa tragedia non deve scivolare via come un titolo di cronaca nera. Deve diventare un punto di svolta. Se non ora, quando?
Educare alle emozioni e alle relazioni non è un compito accessorio: è la condizione per una società più sicura, più giusta, più umana. E la scuola, se dotata delle professionalità necessarie, può essere la regia di questo cambiamento.
Non possiamo più aspettare la prossima tragedia per ricordarcelo.
